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La storia della venerazione di

San Bartolomeo Ap.

a Vairano Patenora

Bartolomeo (in greco Βαρθολομαιος ... – ...) fu uno dei dodici apostoli che seguirono Gesù. L'apostolo viene chiamato con questo nome nei sinottici, mentre nel vangelo di Giovanni 1,45 21,2 è indicato con il nome di Natanaele, sempre che si accetti l'identificazione tra questi due personaggi, cosa di cui alcuni studiosi dubitano[1]. Era originario di Cana in Galilea, ma non vi sono indicazioni sulle date di nascita e di morte. Morì nella seconda metà del I secolo probabilmente in Siria. Fu il secondo Catholicos di tutti gli Armeni (60-68). Viene festeggiato il 24 agosto.

Nei Vangeli 
Tutto quello che si conosce di questo Apostolo proviene dai vangeli. Secondo il Vangelo di Giovanni egli era amico di Filippo 1,45.46.47.48.49.50, fu, infatti, questi a parlargli entusiasticamente del Messia quando gli disse: Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth. La risposta di Bartolomeo fu molto scettica: Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono? Ma Filippo insistette: Vieni e vedrai. Bartolomeo incontrò Cristo e quanto gli disse fu sufficiente a fargli cambiare idea. Gesù: Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità. Bartolomeo turbato gli chiese come facesse a conoscerlo e Gesù di rimando: Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto il fico. L'essere raggiunto da Cristo nei suoi pensieri più intimi, suscitò in lui un'immediata dichiarazione di fede: Rabbi, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele! Gesù, allora, gli rispose Perché ti ho detto che ti ho visto sotto il fico credi? Vedrai cose maggiori di questa.
Il suo nome compare poi nell'elenco dei dodici inviati da Cristo a predicare e, ancora, negli Atti degli Apostoli, dove viene elencato assieme agli altri apostoli dopo la risurrezione di Cristo. Da questo momento più nulla, solo la tradizione che racconta della sua vita missionaria in varie regioni del Medio Oriente, secondo alcuni, forse, si spinse fino in India [2]. Anche la morte è affidata al racconto che lo vuole ucciso, scuoiato della pelle, secondo alcune fonti da parte del re dei Medi nella regione della Siria, mentre altre fonti parlano dell'Armenia.

Le reliquie
Se la tradizione lo vuole missionario girovago anche le sue spoglie viaggiarono molto. Nel 264 le reliquie del santo giunsero a Lipari, quando era vescovosant'Agatone fino a quando vennero parzialmente disperse dagli arabi nel IX secolo; nel 410 le spoglie vennero portate a Maypherkat, che a causa del gran numero di reliquie che il vescovo Maruta vi radunò, venne chiamata Martyropolis. Nel 507 l'Imperatore Anastasio I le portò a Darae sempre in Mesopotamia. Nel 546 ricomparvero a Lipari e nell'838 a Benevento, dove il deposito delle reliquie del santo fu sempre conservato con devota e gelosa vigilanza anche in situazioni di grande pericolo, come quando l'imperatore Ottone III, nel 983, pretese la consegna delle sacre reliquie. In quell'occasione gli fu consegnato il corpo di san Paolino, vescovo di Nola. Accortosi dell'imbroglio l'imperatore cinse la città d'assedio, ma non riuscendo ad espugnarla fece ritorno a Roma, dove peraltro fece edificare una Basilica dedicata a San Bartolomeo sull'Isola Tiberina[3].
La prima ricognizione delle reliquie originali, conservate quindi a Benevento, fu fatta nel 1338 dall'Arcivescovo Arnaldo da Brusacco durante un concilio provinciale. Le ossa, dopo essere state mostrate singolarmente ai vescovi ed al popolo accorso, furono riposte in una pregiata cassa di bronzo dorato che, seppur rovinata dai bombardamenti del II conflitto mondiale, ancora si conserva nel museo diocesano.
Le seconda ricognizione fu fatta da papa Benedetto XIII (Papa Orsini, già Arcivescovo di Benevento) il 13 maggio 1698. Dopo il controllo innanzi a 23 vescovi, magistrati ed al popolo ammesso, le reliquie furono riposte in nove ampolle, otto delle quali furono racchiuse nell'urna di porfido ed una, contenente l'intero osso del metacarpo, fu destinata alla venerazione pubblica.
Nel 2001, prima dell'inizio dei restauri della Basilica, l'Arcivescovo di Benevento Serafino Sprovieri indisse la terza ricognizione canonica delle reliquie. Dall'ampolla vitrea n. 4 furono prelevati alcuni frammenti ossei destinati alla chiesa cattedrale di Lipari e alle sei parrocchie dell'Arcidiocesi di Benevento intitolate all'apostolo [4].

Iconografia
A causa del supplizio a cui sarebbe stato condannato, lo si vede spesso raffigurato mentre viene scuoiato o con un coltello in mano. Michelangelo nel Giudizio Universale della Cappella Sistina lo rappresenta con la propria pelle in mano. Sulla maschera di volto che appare su questa pelle l'artista ha voluto porvi il proprio autoritratto. La più famosa opera su San Bartolomeo è una scultura, opera di Marco d'Agrate, un allievo di Leonardo, esposta all'interno del Duomo di Milano, in cui è appunto rappresentato scorticato con la Bibbia in mano; l'opera è caratterizzata dalla minuta precisione anatomica con cui viene reso il corpo umano privo della pelle, che è scolpita drappeggiata attorno al corpo, con la pelle della testa penzolante sulla schiena del martire.
Il martirio di San Bartolomeo è un tema ripreso da una serie di pittori minori allievi del Caravaggio tra il del '600 e '700.

San Bartolomeo Ap. a Vairano Patenora
Perché fu scelto proprio S. Bartolomeo a protettore di Vairano? E quando? Non lo sappiamo di sicuro, ma è certo che la scelta fu fatta in tempi molto remoti; anche quando Vairano era formato da una popolazione sparsa per le campagne e raggruppata in piccole comunità raccolte intorno a chiesette o cappelle come S. Pietro Arcella, S. Nicandro, S. Stefano, S. Elena, S. Servile, S. Vito, S. Anna delle Zite, S. Margherita e S. Biagio, S. Bartolomeo rimaneva il patrono principale della comunità di Vairano.
Infatti, quando sotto la minaccia dei Saraceni e dei Barbari la popolazione si ritirò e si arroccò sui monti, i Vairanesi si rifugiarono parte sulla collina del Piesco, dove nel secolo XI costruirono, ad opera di Ripandolfo VI di Teano, il primo Castello; altri si rifugiarono dietro la montagna « Pietra» e dettero origine a Pietravairano; altri infine corsero nel vicino Molise e si installarono su un monte fortificato da secoli a cui dettero il nome di Vairano e vi fondarono successivamente due paeselli: Varianello (oggi Baranello) e Busso, ed anche li portarono la devozione a S. Bartolomeo. Infatti ancora oggi in quei paesi si ricorda S. Bartolomeo e ne fa testimonianza un' artistica tela che si ammira nella chiesa di S. Lorenzo a Busso.
È proprio di quei tempi la leggenda (ma è proprio una leggenda?) di S. Bartolomeo che si fa incontro a quel barbaro capitano che con le sue soldataglie aveva saccheggiato e distrutto tanti altri paesi e lo scongiura di risparmiare il popolo di Vairano povero ed onesto. Quel fiero condottiero rimase tanto colpito dalla ieratica e maestosa figura di quel vecchio che ordinò alle sue truppe di proseguire oltre e poi, ripensandoci, volle rintracciare il vecchio che intanto era sparito e perciò si recò solo al paese che trovò deserto, ma un canto corale lo indirizzò alla chiesa dove trovò radunata tutta la popolazione tremante ed ansiosa; smontò da cavallo e si inoltrò nella chiesa e, volgendo lo sguardo intorno, restò pietrificato dalla meraviglia nel trovarsi davanti quell'uomo che lo aveva fermato e che era rappresentato nella statua del nostro Santo: questo infedele barbaro, colpito da si glo­rioso miracolo, si inginocchiò davanti a S. Bartolomeo, si sfilò dal collo una preziosa collana d'oro tempestata di smeraldi e zaffiri e la cinse al collo della statua, ammirato delle sue taumaturgiche facoltà. Vi è incisa, a graffito, una data: 1195.
Non era questa 1° chiesa né questa la statua di S. Bartolomeo quando avvenivano questi fatti. Sorgeva la vecchia collegiata di S. Bartolomeo nella piazza Mercato nei pressi della quale poco tempo dopo veniva eretto anche l'imponente mole del Convento di S. Agostino.
Ma i Vairanesi vollero, nel prosieguo dei secoli, onorare piu degnamente il loro protettore S. Bartolomeo e come prima cosa fecero scolpire, nella seconda metà del Seicento, la magnifica statua che oggi noi ammiriamo e veneriamo: essa è una stupenda opera d'arte lavorata tutta in un unico tronco di ulivo.
Successivamente provvidero a costruire un tempio degno di "tanto Santo: la Chiesa collegiata. Sorge essa a metà collina e voleva collegare" l'antico ed il nuovo Vairano. Maestosa ed imponente essa costituisce una delle piu belle chiese della Dioceesi, tanto che un illustre Presule in una sua visita pastorale ebbe a porgere ai Vairanesi il suo più ampio compiacimento ed elogio per la costruzione di si bel tempio.
I nostri antenati impiegarono oltre quarant'anni per la sua costruzione: iniziarono infatti i primi lavori nel 1770 e terminarono nel 1823. Ogni cittadino vairanese, uomo o donna, dette il suo contributo materiale per la costruzione di si maestosa opera: di fatti la sera, rientrando dalle campagne, ognuno effettuava uno o più viaggi a spalla o a soma d'asino per il trasporto del materiale dal piano all'altezza della fabbrica e ciò fino alla fine. Nel 1825 vi fu collocato il bell' organo che ancora oggi ammiriamo. Il 26 ottobre 1903 poi, nel mentre si celebrava la messa del S. Rosario, crollò metà della volta costruita con sistemi antichi.
Non vi furono vittime. Con molto zelo i parroci ed i cittadini vairanesi si apprestarono ai necessari restauri e furono fortunati nel trovare un uomo intelligente ed integerrimo che prestò la sua opera preziosa e del tutto gratuita per la progettazione e 'la direzione dei lavori di restauro: l'Ing. Cav. Pasquale Cirelli, puro vairanese, ingegnere capo della provincia.
Sotto la sua direzione e sotto l'occhio vigile del Can. Carlo Alberto Zanfagna, i lavori, iniziati nel 1913 terminarono alla fine del 1914, e infatti il 26 settembre di quell'anno il Vescovo Albino Pella ne rinnovava la dedicazione, come si legge nella lapide murata in onore dell'Ing. Cirelli per dimostrargli la gratitudine ed il ricordo dei parroci e di tutta la popolazione di Vairano. Succes­sivamente, verso la fine dell'ultima guerra, ebbe a soffrire lievi danni, subito riparati. Ultimi ritocchi (riparazione totale del tetto, rifacimento scale di accesso alle campane in fabbrica, in sostitu­zione del vecchio scalandrone, la restaurazione dell'orologio e l'elettrificazione delle campane) furono effettuate a cura e spese della Confraternità del S.S. Rosario.
In questa chiesa possiamò ammirare molteplici opere d'arte: oltre alla effidentissima, espressiva, quasi parlante statua di S. Bartolomeo, vero capolavoro d'arte, vi è la statua di S. Antonio, anch'essa in un solo pezzo di legno, statua antichissima già esi­stente nel 1660 come si evince dalla descrizione di Vairano del Giudice Giacinto Cangiano effettuata in quell' anno; inoltre la statua in gesso della Madonna cosiddetta del Cardellino, proveniente dal convento della Ferrara ed altre ancora, nonché numerosi pregevoli quadri, artistiche nicchie o scarabattoli. In uno di questi è conservato il corpo intatto di S. Clemente martire, a cui è dedicato il Cappellone di fronte a quello di S. Antonio. Questa reliquia insigne fu concessa al Capitolo di questa Collegiata nel 1777 per intercessione dell' Abate Michelangelo Bove, nostro illustre concittadino, allora prefetto del Collegio romano.
Gli altari sono tutti in marmo policromo artistici e belli. Infine, sotto gli stalli canonicali da essi occupati prima di essere chiamati a piu alte cariche, sono sepolti i resti mortali di tre piu illustri concittadini che nei secoli hanno onorato Vairano, e cioè: l'insigne teologo, umanista, letterato, storico don Angelo Lanfre­di; il suo discepolo, letterato e storiografo decano Michele Broccoli ed infine il decano Filomeno Cipolla, storico, archeologo e letterato di gran pregio, ispettore ai munumenti della provincia di Terra di Lavoro. In una lapide apposta sul lato destro del Cappellone del S.S. Rosario è ricordato anche il padre del chiarissimo Prof. Lucio Geremia ivi sepolto. In questa chiesa sono custodite insigni reliquie: di S. Bartolomeo, del Legno della Croce, di S. GiovanniBattista.
Negli ultimi anni il Tempio dedicato a San Bartolomeo è stato restaurato con il rifacimanto completo della facciata e della copertura. Iternamente è stato ritinteggiato e rimesso a nuovo. Il quadro posto dietro l'altare completamente restaurato e riposizionato nella sua sede originale.
L'altare centrale, post-Conciliare è stato sostituito con un nuovo altare. Alla cui destra è stata posta la fonte bettesimale (rifacimento di quella originale sottratta da balordi). Il monumentale organo è stato completamente messo a nuovo e in grado di riprodurre melodie ormai perse.
Tutti questi ultimi resaturi sono stati eseguiti grazie alla dedizione del parroco Don Pasquale De Robbio e grazie alle offerte di tutta la cittadinanza.



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